Roma 28/12/12
stazione termini, sotto terra. mi siedo come fossi il padrone del mondo, appoggiando i piedi in un tavolino in alluminio. l’acquolina mi inonda la bocca. panino caldo del fast-food mi aspetta in trepida attesa sopra alcuni tovaglioli di carta da me posizionati con distratta cura. gesto che ha l’intento di lasciar lontani i germi dalla succulenta pietanza. mi rendo conto che le mie dita hanno un grado di sporco grave quanto basta che se ci fosse mia madre accanto prenderei una strigliata. ma mia madre non c’è. sto finalmente azzannando la causa del mio prossimo futuro aumento di colesterolo. da poco lontano però si sta avvicinando matto barbone, lo fissò e così facendo, in una logica poco chiara, gli consento il permesso di rivolgermi la parola
“ma quanto costa ora il panino?” mi chiede
io rispondo esattamente la cifra in euro
“come?” non capisce.
ripeto la cifra con tono più chiaro.
“ammazza quanto lo fanno pagare” replica.
mi guarda con gli occhi spalancati.
lo fisso.
attesa
comincio mangiare per fargli dispetto e mi domando quanta fame può avere, mi sento un mostro. i suoi occhi si spalancano ed aspetta come se avesse fatto una domanda.
continuo a mangiare con gusto e aspetto che mi chieda dei soldi. mi fa pena e rabbia.
finisco il panino ed aspetto il momento giusto per mandarlo a fare in culo.
faccio un bel sorriso e mi bevo d’un fiato una bottiglietta d’acqua fissandolo beffardo.
capisce, se ne va. storto raggiunge le sue sporte di plastica piene di stracci. accavallo le gambe e appoggio il ginocchio d’una sul tavolino di alluminio.
dovrei descrivere quel disperato per farvi capire le espressioni ma non sono dostoevskij io. quell’autore viene definito un artigiano della parola. un cesellatore, fatto sta che dobbiamo sorbirci libri di minimo 500 pagine con centinaia di descrizioni di personaggi nei minimi termini.
il principe era un uomo sulla quarantina, ne alto ne magro con un mento spigoloso, il naso paffuto e schiacciato la carnagione chiara, a tratti emaciata. il vestito bla bla bla…tanto poi nei suoi racconti hanno tutti gli occhi grigi. io personalmente non ho mai visto nessuno con gli occhi di questo colore. comunque alla fine i racconti di dostoevskij si riassumono in poche parole, ma lui doveva cesellare. fatto sta che quel vagone di personaggi che sono inseriti nei libri hanno nomi improponibili come: myškin, filippovna, ganja, karamazof
che non si capisce se sono nomi maschili o femminili. da quando leggo dostoevskij nei miei racconti non descrivo più nessuno.
sono le 22.30 e sotto le scale mobili della stazione termini nel mio tavolino di alluminio mi faccio quattro risate grasse ripensando all’autore russo, che prendo in giro ma in realtà è tra i migliori in ogni libro si racconta attraverso innumerevoli volti.
appena scollato di dosso il vecchio barbone, estraggo dallo zaino un libretto qualsiasi, tanto per ammazzare il tempo cercando di digerire.
ma da non molto distante una barbona negra mi fissa.
cazzo, penso tra me e me, sono venuto in stazione per starmene in pace ed annusare l’aria ricca dei sogni e delusioni di migliaia di persone.
invece questi odiosi barboni mi importunano.
io non sono altro che un rozzo contadino che festeggia rumorosamente al ristorante. ed il mio ristorante è il fast-food.
ritorno in me. ricordo che la negra l’avevo già incontrata un paio di giorni prima, alla mensa gratuita di colle oppio, dove ho prestato servizio come volontario.
la cenciosa, con suo carretto a presso non parlava con nessuno. si sedeva al tavolo in fondo la stanza. mangiava coccolando una bambolina di pezza con la quale parlava di tanto in tanto. è chiaro che per il sottoscritto non si poteva lasciare l’occasione di servirla e riverirla come fosse un ospite speciale. era indubbiamente matta e mi rendo conto che ho sicuramente esagerato con lei, nelle lusinghe. sia chiaro che in mensa non ho prestato servizio per buona condotta, per il bene della comunità o ancor peggio per pararmi il culo ed avere un posto in paradiso da dopo morto. no, tutt’altro, nella mia infinita curiosità trovar logica alla povertà disperazione follia riempie di allegria. felice come adesso non sono stato mai.
quale occasione migliore delle mense per trovare qualche risposta ai quesiti che incontro?
fatto sta che, la barbona negra matta mi ha ben più che riconosciuto ed ora l’affronterò con altre lusinghe perché sono un bastardo.
un momento, mi vibrano i testicoli. il cellulare suona nella tasca.
“pronto amorino?”
sì è la mia compagna, arriverà domani a roma per salvarmi dai miei deliri di natura sociopatica.
mentre rispondo al telefono cellulare capisco con assoluta certezza che se non venisse a farmi fare la vita di una coppia in vacanza fra un giorno o due, dormirei insieme ai senzatetto con una copertina e sotto la schiena dei cartoni rischiando chiaramente di prendere delle botte da orbi, rubando il posto letto a qualcuno vicino al cassonetto delle scale mobili.
“si si! tutto bene ho appena finito di vedere il film il tamburo di latta presso il cinema azzurro scipioni, il cinema di silvano agosti quello che non lavora più di tre ore al giorno. film davvero bello anche se per un errore tecnico lo abbiamo visto anziché in tedesco con sottotitoli in italiano, in italiano con i sottotitoli in italiano.
dove sono adesso? sono a termini a rilassarmi anche se ci sono dei barboni che mi importunano sto bene comunque. certo amore si ok non ti faccio preoccupare me ne torno in ostello ok promesso.
come hai ancora qualche linea di febbre? perfetto direi staremo chiusi in albergo finché guarisci e poi torneremo a casa ciao a domani”
chiudo la conversazione e capisco che non dovevo rispondere, gli ho promesso che me ne torno in ostello, ma stasera avevo voglia di scrivere la stazione di termini ispira particolarmente. ed ogni promessa è dovere per il mio amore.
in camera le due simpatiche brasiliane sono letto a quest’ora e staranno sicuramente dormendo
prevedo che non potrò coltivare la mia vena artistica al buio infatti nonostante accanto alla brandina io possa accendere la lucina al neon, che trasforma il dormitorio in un ospedale psichiatrico, preferisco rispettare il sonno delle mie compagne monouso.

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