adesso, adesso. ti dico quello che penso. tu, sei soltanto, la rappresentazione della volontà
di questa natura, che a quanto pare con della chimica banale, ci priva della logica,
che ogni giorno, invano escogita il modo per uscire da questa condizione naturale, che io considero animale se non addirittura demenziale.
adesso, adesso. io sono perfettamente a conoscenza che la natura, che tu chiami amore ed io invece la identifico come caso che neanche mi appartiene, mi obbliga ad avere interesse nei tuoi confronti. pensa che strumenti contorti usa la natura che tu chiami amore, che a me fa allontanare come da un elettore, che ti fa la morale sull’andare a votare, e lui è il primo che in cabina elettorale non sa la differenza tra camera e senato. Cos’ho sbagliato?
Calmati, adesso calmati. Sediamoci un attimo.
Sai cosa penso della coppia e dello stare insieme, è una roba che va bene se conviene. Tipo a quelle famiglie ricche con la corona in testa, non per noi che abbiamo una vita modesta, che facciamo festa una volta all’anno e basta.
Ora vuoi dirmi davvero che il mio pensiero, si oppone a tutto l’amore che mi puoi dare? Vorresti dirmi che dal momento che mi sto per innamorare il mio accanimento serve per non abbassare, la guardia? Per dirigermi con la logica dialogica esistenziale di sto cazzo, dammi un abbraccio. Scusa, sono volgare, pazzo, un bamboccio.
vero. tutto vero. ma non è per caso che mi fai tutte quelle moine, per farmi imbestialire?
giocando tra la vittima ed il vittimismo e quel sensuale modo di fare che hai?
perchè per noi, e quando dico noi, intendo dire i maschietti e lo sai…non serve che ti spieghi tante cose a te, che stai tessendo la tela, che saffo ti fa un baffo e divento io quello buffo.
che si contorce come quello scoglio che non può arginare il mare. e se non si è capito io, io sto per affogare. allora ti spiego, o mi lasci andare, prendo una barchetta, me ne vado di fretta e nessuno si fa male. oppure senti a me, tu continui a lasciarmi elucubrare, sul senso della solitudine, fino a farmi impazzire. poi, con calma quando sarò sfinito, mi fai accomodare, mi prepari un brodino anche senza sale, senza strafare. poi ti siedi accanto a me e mi chiedi, sempre con il tratto dolce che ti contraddistingue:
per quanto tempo pensi ancora,penso di fare lo stronzo?
ecco che a quel punto, deve giocare molto bene il tuo modo di fare. devi soppesare quel che mi hai appena detto con un bel sorriso esemplare, in modo tale che io mi possa anche domandare: ma tra i due chi è lo stronzo adesso? dubbio che se mi permetti mi è concesso.
un quesito che mi piomba addosso, non so come figurarlo, un sasso? ecco si, un sasso nella calotta cranica, mentre tu continui a sorridere, come se niente fosse. ma forse, hai intuito, che l’uomo sfinito dalla logica, sta vivendo un’opera tragica.

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